La processione del " serciòn " - Il tempo che fu

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La processione del " serciòn "

Racconti > Svizzera > Mesocco

Ai miei tempi, cinquanta-sessanta anni fa, alle 5.20 - 6.00 del mattino, ordine dei genitori: assonnati o no bisognava trovarsi alla chiesa di San Pietro per la processione del " serciòn ". Diversi giovani in età scolastica, e anche più in là negli anni, dovevano portare il Crocifisso e  due lanterne per tutto il tragitto. Dietro veniva il sarcerdote e i chirichetti, che rischiavano ad ogni momento di prendersi il crocifisso in testa per qualche scivolone di chi lo portava, date le strade poco confortevoli di allora- erano solo sentieri di campagna. La prima fermata era a Gei, alla cappelletta diSan Gregorio, per la benedizione della campagna. ora Gei è diventata una frazione con graziose villette, ma allora c'erano solo stalle e fienili. Attraversata la bella campagna di Gei, si arrivava al Pasculèt. Qui bisognava attraversare il Bess, ed erano dolori! ponti non ce n'erano, perche la  buzza o la neve ogni anno li spazzava via. Cosi di sasso in sasso, raccomandandosi a tutti i santi, tra strilli, grida e ruzzoloni, si passava all'altra sponda, e i più coraggiosi aiutavano i più paurosi!
Passato lo spavento  ( che oggi chiamerebbero shoc ! ), si proseguiva per la zona  di Scetùng da dove si poteva ammirare tutto il paese di Mesocco. Noi, sempre con crocifisso e lanterne, non ce la facevamo più a reggerli davanti a noi, cosi li portavamo a spalla da una parte e dall'altra, sempre accompagnando le invocazioni del prete con la cantilena " ora pro nobis ". E avevamo propio bisogno che qualcuno pregasse per noi, perchè la strada era ripida e sassosa, certo comoda come le belle strade di ora, anche quelle di campagna. Ogni tanto, poi, ci scappava qualche risatina per il nome strano di qualche santo sconosciuto che noi regolarmente storpiavamo.
La campagna era bella, i prati fioriti pieni di tutti i colori, e i posti che attraversavamo e la vista che avevamo ci invitavano a fare una  " possa ", ma bisognava proseguire.... Arrivati alla chiesetta di San Lucio con la Madonna di Re in Anzone, il sarcerdote benediva tutto il paese e si poteva allora prender fiato. Poi di nuovo croce in spalla al ponte d'Anzone e giù per la discesa dei " spin de Cagn" fino a San Rocco, accompagnati dal canto delle acque chiaccherine del riale d'Anzone.
A San Rocco il nostro Vicario, Don Nigris, stanco anche lui, celebrava la Santa Messa; ma penso che pochi seguivano quella liturgia: tutti stanchi e affamati si aspettava solo il momento che la Messa terminasse per andare a casa. I tanti e ripetuti " ora pro nobis " non ci avevano certo riempito lo stomaco che reclamava i suoi diritti!
Nel pomeriggio, la processione proseguiva per Doira - nun'altra faticaccia! Sempre  accompagnati dalla solitza nenia " ora pro nobis ", si arriva alla chiesetta di San Filippo. Dopo la benedizione, chi aveva la fortuna di avere parenti o buoni amici, veniva invitato a merenda. A quel tempo, i maligni chiamavano Doira il paese del pepe! che a Doira di frutti ce n'erano tanti e più primaticci che altrove, ogni monello, ogni ladruncolo di frutta, lo sapeva bene. E a quei tempi la frutta era rara!
Cosi finiva la lunga e faticosa processione del " serciòn ", che noi anziani ben ricordiamo, non fosse altro che  per quelle lunghe litanie che accompagnavano tutto il giro. Sperp che i Santi Terranno conto dei nostri " ora pro nobis "!

Cento e più anni fa , la processione del serciÒn era molto più lunga di quella che si faceva ai miei tempi, come raccontava mia nonna . I fedeli partivano dalla chiesa di S. Pietro già di buon mattino ed erano tanti quelli  che vi prendevano parte. Sacco in spalla, camminando lentamente- non c'era fretta, la giornata era dedicata tutta questo scopo -, si saliva per sentieri ripidi e sassosi, pregando e recitando le litanie dei Santi. Si arrivava sino a Pian San Giacomo, qualche fermata più in giù, per benedire la campagna di Nanin. LassÙ, si faceva il pranzo principale, che consisteva in pane casalingo, formaggio " crancadéd " e un pezzo di lardo. I più benestanti lo innaffiavano con qualche bicchiere di vino.
Si ricordava, in proposito, un aneddoto che si ripete ancora oggi, tramandando di generazione in generazione. Partecipava alla processione un poveraccio, chiamato Peider di Fedelin, ed eraa lui che portava la croce. Il curato, dopo essersi riposato e aver fatto lo spuntino, invitò il Peider: " Sù, Peider, prendi la cross!" E lui, un po`risentito, quella volta rispose: " Chi ha bevÙ el vin porti la cross!"...
Dopo essersi messi in cammino per le mezzane, la strada scendeva verso Andergia e ogni tanto ci si fermava per benedire la campagna e tutto il paese, che sembrava piccolo guardando da lassù! Si arrivava quindi ad Andergia nell'allora veccchia cappellina di San Giuseppe, dove si faceva la benedizione finale.
Allora i nostri antenati erano forti, ben allenati e " agguerriti ", non temevano la fatica, sorretti da una grande fede, quello che manca ai giorni nostri. Dalla Patria celeste ora staranno godendo i frutti delle fatiche e degli stenti della vita di allora.

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